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Questo è il sito di Giorgio Fornoni

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(Foto di Walter Leonardi)

g 21 un reporter a report

Giorgio Fornoni

“E’ la mia preoccupazione dell’uomo sulla terra,
  • le sue miserie,
  • i suoi problemi sociali,
  • politici
  • economici
  • tutto quello che mi commuove è uno spunto per i miei lavori, le mie ricerche, le mie curiosità… e così… da vagabondo e da pellegrino… vado.
Raccolgo lungo il cammino, testimonianze e ne faccio reportage e inchieste.”

Un pensiero. Aereoporto CDG. Una sera di maggio '95

L'uomo all'origine inventò gli Dei.
Poi un Dio solo lo salvò.
Nella parte più evoluta della sua storia,
mitizzò l'uomo creando molti eroi.
Costruì poi, un mondo, fatto a suo piacere...
che l'oscurò...
finchè non lo distrusse.
Giorgio Fornoni


Amici

  • Milena Gabanelli

    Milena Gabanelli

    "Professione Reporter durò tre anni, poi nel 1997 lo ammazzai per far nascere Report. Si era formato un gruppo molto motivato, di grande talento. Finalmente prendeva forma un sogno: quello di realizzare un programma di inchiesta vecchio stile con un nuovo metodo. Cominciammo con puntate monotematiche di circa trenta minuti. Purtroppo significava lavorare sempre meno su pezzi miei: far funzionare una squadra e mantenere in piedi un programma per la stagione successiva ti assorbe tutto il tempo e le energie. Da Professione Reporter sono passate una trentina di persone, fra cui alcuni talenti sono emersi e hanno contribuito a creare Report. Oltre a Paolo Barnard, Sabrina Giannini, Chiara Baldassarri, Carlo Pizzati, Michele Buono, Piero Riccardi, Giorgio Fornoni. Giorgio è un commercialista di Bergamo. Seguiva i missionari sparsi per il mondo (in buona parte bergamaschi, appunto) e girava tutto, in maniera perfetta e meticolosissima, come un professionista consumato. Quando ho visto il suo materiale sono rimasta sbalordita: c'erano le elezioni in Angola con la documentazione dei brogli, c'erano i raccoglitori peruviani di coca e tutta la didattica sulla preparazione della cocaina, spiegata dai missionari, c'era l'Himalaya con l'amico che muore mentre stanno scalando, c'erano le rampe missilistiche segrete dei russi. Lui aveva fatto in dieci anni quello che un professionista realizza in un'intera carriera. Non aveva mai parlato nella telecamera, non aveva mai montato, ma ha imparato. È uno di quei casi in cui il dilettantismo è un valore aggiunto. Una vera scoperta."

  • Valerio Massimo Manfredi

    Manfredi

    Giorgio Fornoni non è quello che si dice un uomo comune. E’ riuscito a diventare un giornalista di punta partendo come garzone di bottega in una drogheria e passando attraverso studi che con il giornalismo non avevano nulla a che fare. Ma anche gli studi non sono stati un pic-nic. Lavorava di giorno e studiava di notte, prima per diventare ragioniere, poi all’Università alla facoltà di Scienze economiche. E’ riuscito a costituire uno studio da commercialista di successo che basava la sua fortuna soprattutto sul rapporto umano, e sulla capacità di capire le aspirazioni della gente e anche i loro problemi e le loro difficoltà. Lo studio poi è diventata la struttura economica che gli ha permesso di finanziare la sua vera passione, quella in cui si riassumono i suoi molteplici e variegati interessi: l’avventura, in qualunque campo e a qualunque livello. Ha visitato quasi tutti i paesi del mondo: dalla Terra del fuoco alla Kamchatka, dall’Angola al Vietnam, dal Perù all’Afghanistan. In questi suoi viaggi ha maturato una vocazione politica terzomondista e antimperialista e ha profuso un impegno umano molto intenso e spesso a prezzo di rischi notevoli, ma senza rinunciare al gusto per il vivere bene. Un gusto che si manifesta nella spiccata attenzione al proprio look di cui è lui stesso l’ideatore, in una residenza dove il rilevante impegno economico profuso è assolutamente invisibile, nascosto sotto una semplicità ed essenzialità estreme. Trascorre in giro per il mondo più o meno la metà del suo tempo ma non ha mai rinunciato alle sue radici che si trovano in un paesino dell’alta Val Seriana fra gente semplice, onesta e laboriosa. E’ generosissimo ma senza mai rinunciare alla salvaguardia gelosa del suo territorio e delle sue pertinenze. Non sa che cos’è la paura ma è conscio, come qualunque uomo saggio,della fragilità umana cui tutti siamo soggetti. Nel suo rifugio più alto, a quasi mille metri di quota, davanti ad una grande finestra che inquadra le montagne c’è un tavolino molto piccolo con una sola sedia: E’ per l’ultima partita a scacchi, contro la morte. "Perché una sedia sola?" gli ho chiesto "Perché so bene che lei vincerà comunque, ma almeno dovrà giocare scomoda, in piedi."

  • Dominique Lapierre

    Lapierre

    Ti sarò sempre riconoscente, caro Giorgio, per il contributo che hai dato al mio lavoro umanitario a favore dei diseredati dell’India. Accompagnandomi in tutti i luoghi di miseria dove svolgo la mia azione e filmando, con il tuo immenso talento, la via dei poveri martiri innocenti del Terzo Mondo, hai contribuito a rendere questa società migliore e più equa. I tuoi video-reportage hanno permesso di far conoscere a tutti l’autenticità della sofferenza, ma anche della speranza. Sono orgoglioso e felice, Caro Giorgio, di esprimere la mia ammirazione e il mio affetto per te all’interno di questo sito. Che Dio ti protegga sempre!

  • Daniele Ravagnani

    Ravagnani

    Figlio di una terra dura, ristretta da barriere fisiche e mentali quasi invalicabili, tanto avara quanto bella, terra di boscaioli, di minatori, di emigranti, Giorgio Fornoni porta in sé l’impronta di questi caratteri naturali, sia accondiscendendovi sia ribellandovisi. Egli impersona la proverbiale testardaggine del montanaro, mentre sfugge con l’anima e col corpo la culla protettiva ma di poco orizzonte della valle, per rincorrere le esperienze, le situazioni, i paesaggi più aperti del mondo intero. Moderno Diogene, egli è sempre alla ricerca dell’Uomo, dentro la storia più antica ed ancor più nella sua espressione attuale, quella che nasce dalla sofferenza, dalle prove più ardue.

    Giorgio ha lottato con tenacia per studiare e raggiungere la sua professionalità. Nel corso degli anni ha scoperto che togliendosi dalla cornice di casa può liberare maggiormente la sua fantasia e le sue capacità, può cogliere con l’effetto di una lente d’ingrandimento le particolarità dei luoghi e le diversità della gente. È difficile ricordare in breve spazio tutti i personaggi che ha incontrato e tutte le interviste cha ha fatto, alcune delle quali sono state esclusive mondiali. I suoi video reportage hanno via via trovato sempre maggior spazio sulle reti televisive nazionali e internazionali, ma è stato l’incontro del 1999 con Milena Gabanelli di Report, che gli dedicò un’intera serata, a farlo conoscere al grande pubblico. Egli è senz’altro un chiarissimo esempio di quanto possa valere la “passione” nella crescita di un uomo e quali risultati essa possa far raggiungere.

    Giorgio è come un fiume che per lungo tempo è stato costretto a scorrere sotterraneo, fin da quando suo padre lo strappò dai missionari che voleva seguire; un fiume che attinge alle sorgenti perenni del desiderio di conoscenza e che, venuto poi a giorno, si è messo a scorrere impetuoso e che fatica ad acquietarsi nella sua maturità: attraversa terre difficili, raccogliendo fertile limo e detriti che porta nel mare della nostra distratta quotidianità.  

    Ha frequentato le prime linee delle guerre del mondo ancor prima che vi giungessero i grandi network; ha denunciato traffici illegali, disastri ambientali e le troppe ingiustizie; ha intervistato capi di stato, leader della guerriglia e nobel della pace; ha documentato la lavorazione della coca in Perù, il contrabbando d’oro e diamanti nell’ex Zaire, i brogli elettorali in Angola, fino alla scalata dell’Himalaya. «Tutto questo non per interesse giornalistico - come dice di lui la stessa Gabanelli - ma per documentare le tragedie umane a se stesso»

    «La persona che più mi ha colpito - mi disse tempo fa - è stato senz’altro Guayasamin, un pittore di Quito, nell’Ecuador. Dipinge le angosce dell’Uomo. È molto amico di Garcia Marques, di Allende, di Fidel Castro, di Rigoberta Menchù. Lui è un grosso personaggio, io sono insignificante, però in qualche modo cerchiamo le stesse cose».  Se gli si chiede cosa collega le tristi realtà delle guerre dimenticate, che frequenta spesso, con l’Archeologia che pure ama, risponde: «C’è sempre l’Uomo, col suo passato e i suoi valori». E poi, mi piace il fatto che Giorgio non si fermi al buio delle tragedie che affliggono l’umanità, ma si apra alla speranza, fino a giungere in punta di piedi a lanciare uno sguardo ancora più in là. Fino a scoprire l’urgenza di trovare se stesso e riconoscere le motivazioni più profonde del suo pellegrinare nel mondo, specchiandosi negli occhi di tanta umanità.

    Ogni traguardo ancora non è meta, ma punto di partenza per una nuova ricerca. Il tempo passa e ogni volta «è l’ultima» – dice – e ogni volta sembrerebbe più difficile sciogliere gli ormeggi che lo legano alla sua Itaca; ma poi Giorgio va, mosso da una sete inesauribile, dal desiderio di incontri  più forte di ogni limite. In fondo questo è amore.

    Daniele Ravagnani, 2016

  • Marco Clementi

    Clementi

    Umanità, passione…e un cuore grande così. La tua amicizia è un bene prezioso, caro Giorgio. Ti conosco da dieci anni, moderno Diogene sempre in ricerca: di un senso da dare alle grandi ingiustizie, o semplicemente di un po’ di adrenalina. Qualche volta mi hai portato con te in giro per il mondo: nel braccio della morte in Texas, tra le contraddizioni della nuova Cina, nella Beirut ferita… Ogni volta è stata una esperienza umana indimenticabile. Mi colpiscono la tua attenzione per i dettagli, per le storie solo all’apparenza piccole e quotidiane, che svelano i limiti ma anche la grandezza dell’uomo. E la tua capacità di raccontarle. Come quando hai definito i piccoli del carcere minorile di Chicago, "colombi in gabbia con le ali spezzate". Altre volte è l’obbiettivo della tua telecamera a fissare l’uomo nella sua dignità e precarietà: gli occhi dei dannati della prigione di Mangochi in Malawi, la fatica dei giovani lavoratori nell’eldorado di ghiaccio delle miniere del Perù, le vette incontaminate dello Shisha Pangma, in Tibet. Viaggiatore che racconta le guerre dimenticate, sempre in prima linea a favore dei diritti umani, ti definisci semplicemente un "telereporter": lo sei, perché non hai mai perso la capacità di stupirti. E, per me, resti il migliore."

  • Massimo Cappon

    Cappon

    "Giorgio Fornoni, Lamasù, Ardesio" E poi, nella riga sotto "Vagabondo senza telefono". Quel biglietto mi torna ogni tanto tra le mani, volutamente lasciato nel cassetto della scrivania perché torni ad affiorare a intervalli nella stratigrafia dei ricordi. E’ in plastica, ad imitazione di una carta di credito, con una curiosa grafica orientaleggiante. Ricordo bene dove lo facemmo. In uno dei primi, preistorici computer-point della vecchia Bangkok, un negozietto nascosto tra bancarelle di scarpe cinesi e paccottiglia elettronica di consumo. Era il 1993, eravamo di passaggio prima di entrare a Phnom Penh in Cambogia, appena liberata dall’incubo degli khmer rossi. Conoscevo da un anno, complice il comune interesse per l’archeologia camuna, quell’improbabile (anche se di grande successo) commercialista di Ardesio, mi avevano conquistato il suo entusiasmo, la sua passione naif per i viaggi avventurosi, la sua sana invidia per il mio mestiere di reporter. E cominciava lì quella lunga serie di viaggi insieme che ci avrebbe portato nei luoghi più caldi, pericolosi e difficili dell’attualità internazionale: la Cambogia appunto, e poi ancora il Chiapas della rivolta zapatista, la Sarajevo assediata, la Somalia di tutti contro tutti, la Liberia della guerra per bande, la Bolivia dei cocaleros, l’Afghanistan dei Talebani, gli inferni in terra di Korogocho e di Calcutta, l’Eritrea della guerra di liberazione, la Cecenia del suo inverno più tragico. Inseguendo un nostro personale e originalissimo percorso da inviati di guerra liberi di scegliere il nostro fronte di azione, senza dover dipendere da nessun direttore di giornale o di rete. Purchè in prima linea, possibilmente dalla parte dei più deboli e troppo spesso in splendida solitudine rispetto al resto dei media, a raccontare una umanità che proprio sul pericoloso confine tra la vita e la morte perde ogni maschera e mostra la sua natura più spietatamente sincera. Guardo quel biglietto e rivivo questi 15 anni di avventure e di emozioni condivise, di "adrenalina C" come dice il mio amico George, ridendo sotto i capelli da vecchio sessantottino e il suo pizzetto alla moschettiera. Ma i ricordi più forti sono quelli che riviviamo tra noi senza nemmeno bisogno di parole: impossibile condividerli con chi non li ha vissuti. Come quella volta nel manicomio di Monrovia, dopo ore di monotona sparatoria allo stesso angolo di strada, quando alzandoci a mani levate, come registi di un film, chiedemmo uno stop alle due bande rivali e scavalcammo il fronte, lui a mani alzate, io che lo seguivo con la telecamera accesa. Eravamo appena arrivati oltre la barricata opposta tra le acclamazioni di una gang di adolescenti in stile Rambo, fatti di ganja e di musica raggae, che la sparatoria riprendeva feroce. Ma noi avevamo il controcampo che volevamo, ed era salva anche la "par condicio" della nostra storia. O come un’altra volta, nella terra di nessuno di un irripetibile Afghanistan medievale da sempre in guerra, conteso eppure condiviso tra i mujaheddin di Massud e i Talebani, ospiti per la notte nel covo di banditi armati fino ai denti, conquistati da Giorgio con due scatti di Polaroid e la sua mira in una epica gara di tiro a segno coi Kalashnikov. Nei primi anni, ovunque andassimo, Giorgio aveva una carta segreta da giocare, spesso determinante per il nostro lavoro. Scovava sempre qualche missionario della bergamasca o amico di un amico di qualche prete che ci ospitava nei posti più assurdi o ci forniva un lasciapassare "impossibile": fosse il carcere di Cochabamba, o la roccaforte di Marcos nella selva. A quell’epoca, Giorgio lavorava soprattutto con la fotografia (una pesantissima e ingombrante attrezzatura Hasselblad), il suo premio erano le copertine delle riviste missionarie, che gli davano già una certa fama tra le sue montagne. Poi l’ho contagiato, e anche avviato, a raccontare piuttosto le sue storie con una telecamera e le nostre strade si sono in parte divise. Da simpatico dilettante allo sbaraglio fai-da-te, Fornoni è cresciuto fino a diventare sempre più un reporter tecnicamente preparato e professionale, una delle firme di punta nel reportage targato Milena Gabanelli su RAI-3. Non facciamo più gli stessi viaggi insieme, preferiamo piuttosto ritrovarci da vecchi amici nel suo eremo alpino di Lamasù, a dominare i tetti e i campanili di Ardesio da mille metri d’altezza. Perché è lì, in quel microcosmo di legno e pietra carico di storie e di ricordi, che il cosmopolita Giorgio, "vagabondo senza telefono", si ricarica con la linfa vitale delle sue radici, calma per qualche settimana, o qualche giorno, l’eterna inquietudine che lo spinge ogni volta a ripartire. Inquadrati tra le finestre della sua amata Lamasù, ci sono profili di roccia e neve, il verde degli abeti, i caprioli che vengono a bere senza paura. Il monastero laico dei suoi sogni Fornoni l’ha costruito con le sue mani, pietra su pietra, in anni di duro lavoro e di grande passione. Forse è il suo vero capolavoro. Ma in un angolo del suo studio di commercialista, nel centro di Ardesio, c’è un mappamondo, tempestato di bollini verdi e rossi. I primi, i più numerosi, segnano i posti visitati, dalla Kamchatka al deserto dell’Atacama, gli altri quelli ancora da vedere. Finchè ce ne sarà qualcuno rosso, sarà difficile che Giorgio Fornoni riesca a fermarsi troppo a lungo nel suo Eden tra le montagne.

  • Zeno

    Zeno

    Giorgio Fornoni, bergamasco di nascita, nei documenti ufficiali Commercialista. Il personaggio in realtà vive il lavoro come sorta di doverosa espiazione per quell'irrequietezza di spirito che sovente lo obbliga a distoglier lo sguardo dalle proprie radici. Ha l'età di chi, fisso a scrutare l'orizzonte, non ha ancora trovato il tempo di guardarsi indietro. Nella realtà Fornoni da quasi vent'anni frequenta le prime linee delle guerre del mondo e il mondo dei poveri, dei vinti e dei senza terra. A 14 anni fa il garzone di bottega, a 18 il capetto di una cooperativa e a tempo perso il batterista nel complesso dei "Golden Boys". A 23 anni molla tutto, o quasi, e si mette a studiare. In due anni si diploma in Ragioneria. Si iscrive a Economia e Commercio alla Cattolica di Milano, poi a Lingue e Culture Orientali a (Venezia. È vittima di ) un dirottamento sulla linea Nuova Deli-Amritsar, dove c'è il tempio d'oro e la sede della setta dei Sikh. Nello '83 entra in Wung-tau finisce in galera perché, una notte, fotografa una base militare. Comincia a visitare i campi profughi, riesce ad avere accesso a luoghi dove non entrano nemmeno la CNN e la BBC, come l'Angola dove percorre un territorio da anni oppresso dalla guerra e viene a contatto con la gente che sostiene Savimbi, il presidente dell'UNITA intervistando in esclusiva mondiale lo stesso leader dei guerriglieri nel suo nascondiglio, dopo due anni e mezzo che non rilasciava dichiarazioni. In Messico nella foresta Lacandona intervista il subcomandante Marcos. Parte, ritorna, riparte. Soltanto nell'anno che se ne va è in Israele, Equador, Kurdistan irakeno, Tanzania, Kenia, Bolivia, Capo Nord, Timor, Calcutta. Un amico di lui ha riferito che è più facile rintracciarlo quando non c'è che quando c'è. Il viaggio, è scritto, dà voce al bisogno di mutamento. Gilgamesh, re di Uruk, lascia il potere, le mogli, il denaro perche non può accettare l'idea di essere mortale e parte per un viaggio impossibile alla ricerca dell'erba che rende immortali. Il viaggio, per Gilgamesh, diventa metafora della rinascita attraverso la ricerca. Scrive Francesco Alberoni: "Partendo ci spogliamo delle relazioni, dei doveri consueti ed entriamo in uno spazio di libertà, di incertezza e di disordine che ci ringiovanisce e ci rinnova. Anche il turista, quando arriva nel villaggio-vacanza, abbandona il suo cognome, i suoi titoli professionali, la sua identità. Si annulla in una comunità di uguali. Così ritorna giovane. Anche lui vince la morte". Quand'è che sentiamo più forte il desiderio di viaggiare? Sempre Alberoni risponde: "Quando la vita quotidiana ci schiaccia, ci mortifica. Quando, partendo, abbiamo l'impressione di poter spezzare dei vincoli diventati dolorosi o soffocanti... Allora, staccandoci dalla vita quotidiana, speriamo di poter interrompere anche i legami (amorosi) che ci creano sofferenza... Solo andandocene ci liberiamo di tutti gli odiosi doveri e ci sentiamo letteralmente rinascere". Il viaggio dunque come mutamento, ricerca, fuga; ma anche bisogno di conoscenza e contatto umano. Il personaggio nostro ospite penso meriti una particolare attenzione in quanto non comune dalle nostre parti è il cammino da lui intrapreso. Direi di partire subito, se lui è d'accordo, con le inedite immagini con il suo, appena terminato viaggio, a Calcutta. A lui la parola.

  • Andrea Riscassi

    Riscassi

    Come fai a fare tutte quelle interviste? Quante lingue sai? Una delle domande poste ieri sera a Giorgio Fornoni dal pubblico che ha assistito (nella Libreria popolare di via Tadino a Milano, con Annaviva) alla presentazione del libro "Ai confini del mondo" (Chiarelettere editore). "Li guardo negli occhi. Uso interpreti e li guardo negli occhi". Una risposta nella quale si riassume la vita professionale di questo giornalista d'altri tempi. I tempi eroici di Barzini per intenderci. Fornoni, che per mantenersi ha fatto il commercialista, ha girato tutto il mondo per realizzare reportage (video), per raccontare guerre sconosciute, prepotenze delle multinazionali, Stati che si ergono a giudici supremi e ammazzano per legge. Fornoni - lo ha spiegato bene ieri sera- mette al centro del suo racconto per immagini le sofferenze umane, mostra il male perch? ce ne si allontani. Ci fa vedere anche le stelle per farci capire che siamo piccola cosa e siamo anche ospiti in questo mondo. Per anni, questa sorta di Kapuscinki italiano, ? rimasto sconosciuto ai pi?. Molti dei suoi lavori sono rimasti non pubblicati. Dal 2000 (salvo per una pausa forzata da sindaco di Ardesio) lavora invece per Report (Rai 3). E ora grazie a questo libro (con DVD) si pu? leggere e vedere riassunta parte della vita professionale di questo collega. Molto pi? giornalista dei tanti che popolano l'assurdo Ordine professionale. Ad maiora.