MASSIMO CAPPON
IL MIO AMICO GEORGE
"Giorgio Fornoni, Masù, Ardesio" E poi, nella riga sotto "Vagabondo senza telefono". Quel biglietto mi torna ogni tanto tra le mani, volutamente lasciato nel cassetto della scrivania perché torni ad affiorare a intervalli nella stratigrafia dei ricordi. E' in plastica, ad imitazione di una carta di credito, con una curiosa grafica orientaleggiante. Ricordo bene dove lo facemmo. In uno dei primi, preistorici computer-point della vecchia Bangkok, un negozietto nascosto tra bancarelle di scarpe cinesi e paccottiglia elettronica di consumo. Era il 1994, eravamo di passaggio prima di entrare a Phnom Penh in Cambogia, appena liberata dall'incubo degli khmer rossi. Conoscevo da un anno, complice il comune interesse per l'archeologia camuna, quell'improbabile (anche se di grande successo) commercialista di Ardesio, mi avevano conquistato il suo entusiasmo, la sua passione naif per i viaggi avventurosi.
Cominciava lì quella lunga serie di viaggi insieme che ci avrebbe portato nei luoghi più caldi, pericolosi e difficili dell'attualità internazionale: la Cambogia appunto, e poi ancora il Chiapas della rivolta zapatista, la Sarajevo assediata, la Somalia di tutti contro tutti, la Liberia della guerra per bande, la Bolivia dei cocaleros, l'Afghanistan dei Talebani, gli inferni in terra di Korogocho e di Calcutta, l'Eritrea della guerra di liberazione, la Cecenia del suo inverno più tragico. Inseguendo un nostro personale e originalissimo percorso da inviati di guerra liberi di scegliere il nostro fronte di azione, senza dover dipendere da nessun direttore di giornale o di rete. Purchè in prima linea, possibilmente dalla parte dei più deboli e troppo spesso in splendida solitudine rispetto al resto dei media, a raccontare una umanità che proprio sul pericoloso confine tra la vita e la morte perde ogni maschera e mostra la sua natura più spietatamente sincera.
Guardo quel biglietto e rivivo questi 15 anni di avventure e di emozioni condivise, di "adrenalina C" come dice il mio amico George, ridendo sotto i capelli da vecchio sessantottino e il suo pizzetto alla moschettiera. Ma i ricordi più forti sono quelli che riviviamo tra noi senza nemmeno bisogno di parole: impossibile condividerli con chi non li ha vissuti. Come quella volta nel manicomio di Monrovia, dopo ore di monotona sparatoria allo stesso angolo di strada, quando alzandoci a mani levate, come registi di un film, chiedemmo uno stop alle due bande rivali e scavalcammo il fronte, lui a mani alzate, io che lo seguivo con la telecamera accesa. Eravamo appena arrivati oltre la barricata opposta tra le acclamazioni di una gang di adolescenti in stile Rambo, fatti di ganja e di musica raggae, che la sparatoria riprendeva feroce. Ma noi avevamo il controcampo che volevamo, ed era salva anche la "par condicio" della nostra storia. O come un'altra volta, nella terra di nessuno di un irripetibile Afghanistan medievale da sempre in guerra, conteso eppure condiviso tra i mujaheddin di Massud e i Talebani, ospiti per la notte nel covo di banditi armati fino ai denti, conquistati da Giorgio con due scatti di Polaroid e la sua mira in una epica gara di tiro a segno coi Kalashnikov.
Nei primi anni, ovunque andassimo, Giorgio aveva una carta segreta da giocare, spesso determinante per il nostro lavoro. Scovava sempre qualche missionario della bergamasca o amico di un amico di qualche prete che ci ospitava nei posti più assurdi o ci forniva un lasciapassare "impossibile": fosse il carcere di Cochabamba, o la roccaforte di Marcos nella selva. A quell'epoca, Giorgio lavorava soprattutto con la fotografia (una pesantissima e ingombrante attrezzatura Hasselblad), il suo premio erano le copertine delle riviste missionarie, che gli davano già una certa fama tra le sue montagne. Poi l'ho contagiato, e anche avviato, a raccontare piuttosto le sue storie con una telecamera e le nostre strade si sono in parte divise.
Fornoni è cresciuto fino a diventare sempre più un reporter tecnicamente preparato e professionale, una delle firme di punta nel reportage targato Milena Gabanelli su RAI-3. Non facciamo più gli stessi viaggi insieme, preferiamo piuttosto ritrovarci da vecchi amici nel suo eremo alpino di Lamasù, a dominare i tetti e i campanili di Ardesio da mille metri d'altezza. Perché è lì, in quel microcosmo di legno e pietra carico di storie e di ricordi, che il cosmopolita Giorgio, "vagabondo senza telefono", si ricarica con la linfa vitale delle sue radici, calma per qualche settimana, o qualche giorno, l'eterna inquietudine che lo spinge ogni volta a ripartire.
Inquadrati tra le finestre della sua amata Lamasù, ci sono profili di roccia e neve, il verde degli abeti, i caprioli che vengono a bere senza paura. Il monastero laico dei suoi sogni Fornoni l'ha costruito con le sue mani, pietra su pietra, in anni di duro lavoro e di grande passione. Forse è il suo vero capolavoro. Ma in un angolo del suo studio di commercialista, nel centro di Ardesio, c'è un mappamondo, tempestato di bollini verdi e rossi. I primi, i più numerosi, segnano i posti visitati, dalla Kamchatka al deserto dell'Atacama, gli altri quelli ancora da vedere. Finchè ce ne sarà qualcuno rosso, sarà difficile che Giorgio Fornoni riesca a fermarsi troppo a lungo nel suo Eden tra le montagne.
di Massimo Cappon