Cambogia
CIO' CHE RESTA DI UN PASSATO RECENTE DI CRUDELTA'-
1-
Dopo vent'anni in cui hanno subito sulla propria pelle la seconda
guerra d'Indocina, l'autogenocidio prodotto dalla follia maoista dei
Khmer rossi, l'invasione vietnamita e l'importazione di un regime
comunista di tipo sovietico, lo stillicidio della guerra civile, i
cambogiani tornano a rivivere nel cuore di Phnom Penh, capitale della
Cambogia.
Con un'operazione di cieca fede maoista, senza precedenti nella
storia, i Khmer rossi chiusero scuole, ospedali ed uffici, abolirono
l'uso del denaro e deportarono nelle campagne tutti gli abitanti. Tra
il 1975 ed il 1979 il dimenticato olocausto cambogiano fece sparire
uccisi dagli stenti o cancellati nei campi di sterminio due milioni e
mezzo di persone; quei cinque anni di spietata rivoluzione culturale
segnarono la cancellazione e la perdita di un'intera generazione.
L'utopia sanguinaria di Pol Pot termin• con l'invasione vietnamita del
1979 ma la tragedia della Cambogia conobbe altri 13 anni di drammi e
di orrori.
Nel maggio del 1993, l'intervento dell'Onu e le prime elezioni
democratiche permisero la lenta ripresa della vita normale anche se i
Khmer rossi occupano ancora militarmente le frontiere con Thailandia,
Laos e
un incubo mortale Š nascosto sotto ogni passo disseminato per tutto il
territorio della Cambogia. Le mine, che con lucida follia Pol Pot
amava definire "i soldati migliori, perchŠ non chiedono di mangiare,
di bere, di dormire, ma vigilano sempre".
Dieci milioni di mine abbandonate, dieci persone al giorno, donne e
bambini soprattutto, uccise o mutilate dall'arma pi— vile inventata
dall'uomo, e questo Š uno dei volti della guerra civile che in
Cambogia sembra non avere mai fine.
A Phnom Penh, di mattino presto, visitiamo un edificio decadente, era
un ginnasio francese moderno, anni cinquanta, con balconate e
finestroni; molto filo spinato ritorto sui muri e sui cancelli, muri
imbrattati, sporchi e fatiscenti i corridoi, i pavimenti sfondati. Era
un quartiere residenziale centrale. Appena entrati nel cortile, subito
emerge la cattiveria, l'efferatezza per raggiungere l'orrore anche con
pochi mezzi: gli attrezzi di ginnastica di una palestra sistemati per
appendere i prigionieri con la testa in gi— ed immersa negli immensi
orci, i grossi contenitori d'acqua di Pian delle Giare.
Questo era il centro di prima accoglienza e prima tortura per le
vittime dei Khmer rossi massacrate dal 1975, quando gli sdegni
occidentali per le stragi in
americani ritirati. Ma questi campi di sterminio, tutti questi
"Killing Fields" (urla nel silenzio) non suscitarono grosse
indignazioni internazionali poichŠ poco se ne parl•. Non furono scene
di televisione in diretta, non c'era il boato delle bombe e mortai
all'ora dei pasti. La gente ascolta le notizie, insomma Š audience,
solo se i dati fanno rumore, nessuno si occupa di una silenziosa
carneficina e quando mancano notizie "forti", l'interesse si sposta
sull'apatico andamento di politica interna deludente fino allo
sbadiglio.
I cambogiani ora ti portano volentieri in questi posti delle stragi,
benchŠ i Khmer rossi occupino tutt'ora parte della Cambogia.
Dentro la scuola, ecco le classi divise con muretti di mattoni in
cellette di un metro per due dove i prigionieri non uscivano per mesi.
Nelle aule pi— grandi, le celle comuni, Š esposta una documentazione
fotografica terrorizzante. Cataste di corpi senza vita, scene
meticolose di torture. Pi— di un terzo della popolazione fu
sterminata, la preferenza era per chi portava gli occhiali, presunta
classe colta: tecnici, medici, insegnanti, studenti, monaci ecc. ... e
quindi categoria da annullare per distruggere pi— facilmente il
passato, per cancellarne la memoria. Foto di deportazioni e luoghi di
campagna, risaie e boscaglie dove la gente veniva avviata ai lavori
forzati. Pi— avanti altre stanze con letti e vasche di tortura con
catene e tenaglie per strappare le unghie.
Grandi cartelli con dati statistici corredano un ampio corridoio; uno
dice:
in data 17.04.1975
- 7.000.000 = popolazione;
- 3.314.768 = morti e dispersi;
- 141.868 = invalidi;
- 200.000 = orfani;
- 635.522 = case distrutte
- 796 = ospedali distrutti
- 5.857 = scuole distrutte;
- 1.968 = pagode distrutte
Pi— avanti altre foto con ammassi di teschi, foto che hanno fatto il
giro del mondo per farci vergognare, per stare ancora una volta in
silenzio.
Nel rigoroso e nuovo monumento ossario, grandi vetrine di teschi sono
a dar credito della cattiveria dell'uomo; in mezzo ai campi delle
fosse comuni che sembrano scoperte di tombe archeologiche, con pezzi
di ossa e stracci e indumenti e ... bottoni, il tutto appena fuori
Phnom Penh, questo al "Killing Fields". Molti venivano portati qui per
essere ammazzati direttamente nelle fosse, dai Khmer rossi, dopo
essere stati torturati in quel carcere, in quell'ex ginnasio francese
della citt….
Non si era detto forse che nulla di simile sarebbe stato tollerato,
dopo i gulag sovietici e dopo la cattiveria del nazismo e l'esplosione
delle bombe atomiche?
I khmer rossi di Pol Pot, colpevoli di tutto ci•, sono ancora in giro,
sfruttano le miniere di rubini e controllano il commercio del legname,
l'unica voce attiva dell'economia in miseria del piccolo e disastrato
stato cambogiano. Non si accontentano: terrorizzano anche con le mine
antiuomo la popolazione delle campagne ed acquistano armi americane
che filtrano attraverso la Thailandia. I khmer rossi sperano ancora in
una presa del potere; Shanouk eterno re, guarda stanco il futuro del
suo paese e la gente coltiva una piccola speranza in un fatalismo
rassegnato dopo tanti anni disastrosi come dice un contadino della
periferia di Phnom Penh. "Un tempo venivano i soldati di Shanouk e ci
rubavano le galline. Poi quelli di Long Nol e ci rubavano le galline.
Poi i khmer rossi e ci rubavano le galline. Poi quelli di Hun Sen e ci
rubavano le galline. Adesso ancora con Shanouk e ci rubano le galline.
Domani altri ne verranno e ci ruberanno le galline".
Una visita nell'ospedale militare di Preahket, nel centro di Phnom
Penh, Š un viaggio nell'orrore. I suoi corridoi sporchi e fatiscenti,
invasi dall'umidit… e dalle mosche, ospitano i reduci di una guerra
combattuta senza mai vedere il nemico. Le mine sono ancora l'arma
preferita dai Khmer rossi, efficaci e poco costose. I soldati, ridotti
in queste brande, quasi tutti amputati sotto il ginocchio o mutilati
alle mani o feriti agli occhi, sono giovani di leva mandati a
combattere i Khmer rossi sul fronte di Battambang. Nei giorni scorsi
ne sono arrivati altri 180 e i 700 posti a disposizione non bastano
pi— a contenerli. Le loro condizioni sono spaventose eppure questi
uomini dimostrano un coraggio ed una capacit… di sopportazione che ha
dell'incredibile. Non Š fatalismo Š una volont… di sopravvivere messa
a durissima prova da esperienze e traumi che mai riusciremo neppure
ad immaginare.
E' la capacit… di tornare comunque a sorridere nonostante tutto. Qui
si capisce quell'insopprimibile voglia di vivere che negli ultimi anni
ha spinto 500.000 profughi a rientrare in Cambogia, quasi una
scommessa sul suo futuro.
Le barche scivolano tranquille lungo il corso del Mekong ma subito al
di l… delle sue rive, nella direzione verso la quale si ritir• quattro
anni fa l'esercito vietnamita, la guerra delle mine continua. Noi ci
stiamo recando ad Angkor, capitale di quel regno Khmer il cui
splendore Š ancora testimoniato dalle grandiose rovine dei suoi
templi.
CHIENG TAN Š tornata in Cambogia da pochi giorni da S. Francisco. Lei
cambogiana, lei esule dal 1979, lei non incontra da allora nessuno
della sua famiglia, della sua gente, da allora non Š pi— tornata in
patria. Lei, come tanti altri, profuga senza diritto di cittadinanza
in terra straniera, in terra americana.
Chieng Tan maestra, all'et… di 20 anni parte da Phnom Penh e si reca a
Slem Reap e provincia a lavorare, ci rimane fino al 1974. Nel 1975 si
trasferisce a Battambang, quando comincia la rivolta dei Khmer rossi.
Nel gennaio 1979 i vietnamiti invadono la Cambogia. Nel novembre dello
stesso anno fugge da Battambang verso la Thailandia, verso i campi
profughi.
RACCONTA:
"Ero stata arruolata dai Khmer rossi quale contabile perchŠ loro non
avevano capacit… ed un giorno, appena avuta la possibilit…, quando
cioŠ i vietnamiti entrarono in quel villaggio e fecero grossa
confusione, scappai con mia sorella e fratello minori e due nipotini.
Da Battambang, con motobik ci siamo trasferiti a Sisophon e di l
verso la frontiera. Abbiamo camminato a piedi per tre giorni e tre
notti, di giorno dormivamo e di notte marciavamo. L'incubo delle mine,
la paura di essere braccati, il terrore di essere uccisi o violentati
non arrestavano comunque la nostra marcia, un passaggio della
speranza, il cammino verso la libert…. Mangiavamo solo erbe e radici,
ci dissetavamo con l'acqua delle risaie e quando eravamo fortunati con
quella dei fiumi. A tratti pioveva a dirotto, le gambe sprofondavano
nelle risaie, le sanguisughe succhiavano le poche energie che avevamo
... per• sempre andavamo avanti. L'importante era non fermarsi. Un
giorno pass• un gruppo di Khmer rossi molto vicino ad un fiume e noi
nascosti sotto l'acqua, respiravamo attraverso canne di bamb— sognando
la libert…. Anche quel pericolo pass•, altri ne passarono. Una notte,
verso il mattino, l'alba del terzo giorno, ci trovammo sulla cima di
una collina, avevamo inconsapevoli attraversato il confine. Laggi—,
lungo la piana, un movimento concitato di uomini, di camion, un
accampamento della Croce Rossa. Era il campo OO7 della Thailandia,
KHAO I DANG. Con le lacrime agli occhi raggiungemmo il campo e ci
lasciammo trasportare nelle braccia della salvezza".
Dopo pochi mesi, nell'80 viene trasferita in un campo filippino.
SABANG MORONG BATAAN e vi rimane per 4 mesi e comincia a studiare
l'inglese. Parte per Oakland (California).
Nel 1982, Š assunta come infermiera al Chinatown North Beach Mental
Health Services, dove lavora il mio amico medico psichiatra Paul
Freeman direttore della clinica per il recupero dei malati mentali per
"la guerra dell'Indocina".
Lisa Chien Tan cammina serena nell'area sacra dei templi di Angkor e
sale e scende e risale le scalinate che portano da un angolo all'altro
sulle terrazze dominate dalle statue dei Budda del tempio Bayon
nell'area di Angkor Thom.
Una preghiera, un incenso acceso, uno sguardo al cielo e torna da dove
Š venuta.
Angkor, fu capitale e centro religioso della civilt… Khmer, che fior
quasi mille anni fa nella penisola indocinese. Poi un lungo oblio e
l'abbraccio della giungla ne hanno fatto una citt… fantasma. Anche
noi, spinti dall'ansia di posare gli occhi sui pi— reconditi e
misteriosi tesori che remote regioni celano, siamo arrivati in questa
selva di templi di pietra. Questa citt… divina, venne scoperta solo
nel 1860. Angkor, antica capitale cambogiana, ha un'estensione di
oltre 200 Km quadrati. Comprende 72 grandi templi e numerosi edifici
minori, costruiti tra il IX ed il XIII secolo. Situata nella provincia
di Siem Reap, nel nord ovest del paese, venne danneggiata negli anni
70 dall'azione dei Khmer rossi, che ne minarono ampie zone e ne fecero
la loro sede e roccaforte trasformando quel che un tempo erano luoghi
sacri in osservatori militari, luoghi di prigionia e di tortura,
addirittura smantellando dei colonnati e facendo tiro a segno sulle
statue dei budda e bassorilievi rappresentanti la storica vita dei re.
Ora i guerriglieri si sono ritirati sulle montagne pi— al nord e
questo misterioso ed affascinante luogo di spiritualit… finalmente
riposa, deposto al mondo affinchŠ l'uomo percorra, con rispetto, le
strade sacre ed i colonnati, attraversi i ponti, salga e scenda le
scale, si fermi sulle terrazze ad osservare le grandi statue dei
budda, ed assorba la sacralit…, dove sogno e realt… sono una
dimensione unica, dove il canto degli uccelli ne esalta le penombre.
Ora che Sihanouk ha ripreso la monarchia, ad Angkor ricominciano in
grande stile i restauri che dovrebbero costare 300 miliardi di lire e
durare circa 40 anni; sponsor principali: l'UNESCO e il GIAPPONE.
"Avremmo dovuto iniziare i lavori nel 1971" dice nel suo centro
operativo, ex scuola orientale francese l'architetto francese Jacques
Dumarcay il responsabile del progetto di restauro del Bapuon, un
santuario a terrazze largo 200 metri e alto oltre 60 ornato di torri,
portici e bassorilievi, trasformato dal tempo e dalle vicende storiche
in un ammasso informe di pietre, in una montagna artificiale. "Poi la
Cambogia Š rimasta tagliata fuori dal resto del mondo a causa della
politica dei Khmer rossi. Ma siamo intenzionati a recuperare il tempo
perduto". Dumarcay, prima di tornare in Cambogia, fu direttore lavori
per l'Unesco al Borobudur in Indonesia, sicuramente la sua esperienza
ridoner… splendore a queste rovine. Il lavoro consiste nello
smontaggio e la successiva ricostruzione del tempio. Il Bapuon venne
in realt… gi… parzialmente smontato nei primi anni 70 e le 200 mila
pietre sono ancora disseminate attorno alla costruzione. Nel periodo
del caos gli schedari furono perduti; quelle note dove le pietre erano
catalogate una per una. La soluzione Š attualmente affidata al
computer. Sul suo schermo, nel centro operativo, linee e disegni
colorati si animano, e ci mostrano immagini virtuali del Bapuon. Il
programma permette di riconoscere le pietre smontate, dall'analisi del
loro profilo e crea immagini tridimensionali dell'edificio sacro. "E'
una tecnica che funziona" ci dice l'architetto mentre ci saluta.
Per raggiungere Angkor
complesso, si attraversa un grande bacino d'acqua su una lunga strada
di pietra. Altissimi gradoni innalzano le cinque torri interne a
rappresentare il monte Meru, vetta sacra agli induisti. Dalla sommit…
lo sguardo spazza fino all'orizzonte.
Jannine Warnod mia amica, critica d'arte francese e corrispondente di
"Le Figaro", qui per fare un servizio su Dumarcay, mentre ci
avventuravamo lungo questi percorsi straordinari, attraverso
l'architettura dello spazio, disse:
"Tutti questi artisti hanno fatto cose grandiose e di loro non appare
neppure il nome; tanti "artisti" attuali, fanno a volte cose
insignificanti e vogliono invece passare alla storia".
Il vero mistero Angkoriano Š il tempio TA PROHM, tralasciato
volutamente dai restauratori, e tutto avviluppato dai tentacoli
arborei della ceiba. Nessuno li, ha spostato una pietra, nessuno ha
tagliato alberi o radici. Nel corso dei secoli Angkor tutta era cos;
tra pietre e mondo vegetale si era creato un delicato e misterioso
equilibrio. Noi possiamo cos ammirare il segno dell'uomo attraverso i
secoli con gli stessi occhi stupiti dei primi esploratori di 130 anni
fa, dove l'essenza stessa della giungla cola lenta dentro i portali,
attraverso i porticati e si arrampica sulle cime dei santuari e si fa
a tratti essa stessa pilastro ed architrave in una fusione che produce
incantesimo.
Una nenia lontana, le litanie dei monaci, un vento caldo ed odoroso di
foresta, ci accompagna in un'altra dimensione, poi, la giungla si fa
silenziosa e l'ultimo canto degli uccelli si perde con i colori del
tramonto; tra poco sar… buio, tra poco tutto si riavvolger… nel
millenario misterioso silenzio.
Le recenti realt… storiche hanno cionvolto negativamente il processo
di evangelizzazione cominciato agli inizi del seicento. Le attivit…
missionarie fra espulsioni e martiri, stentarono a consolidarsi fino
al 1877 quando, passato il regno di Cambogia sotto protettorato
francese, venne concessa la libert… religiosa ed il vangelo venne
tradotto in lungua Khmer. Durante il periodo del caos negli ultimi
venti anni, furono espulsi o martirizzati i missionari stranieri e i
preti locali; vennero perseguitate le comunit… cristiane, i cui membri
furono uccisi o avviati ai campi di lavoro, che si trasformarono in
campi di sterminio. Solo sotto la recente e ritrovata monarchia pu•
riprendere l'attivit… religiosa per la minoranza (0,2 %) di cattolici
superstiti.
Nel mio breve passaggio in Cambogia ho potuto cogliere il saluto e la
voglia di fare di alcuni italiani. Prima di partire, il mio amico
Giulio, mi passa il giornalino " Cooperando" (periodico di solidariet…
mondiale) dove Piergiorgio Pescari scrive:"Hanno una professione e
parlano correttamente tre o quattro lingue, ma hanno lasciato
sicurezza ed agi; alcuni hanno rinunciato anche a farsi una famiglia".
Sono i volontari italiani impegnati in Cambogia; gente che ha scelto
di operare dove c'Š bisogno di aiuto e comprensione, la' dove il mondo
Š dimenticato. Sono missionari e laici che quindi sono andato a
trovare; tra loro: Padre
- Padre
da alcuni anni ed in poco tempo Š riuscito a costruire una scuola e
rimettere in funzione alcuni canali di irrigazioni abbandonati.
Il programma per il 1995 dice:
- Continuare ed estendere i corsi di alfabetizzazione e lo sforzo di
aggiornare e perfezionare la preparazione degli insegnanti elementari;
- Continuare i corsi di formazione allo sviluppo agricolo;
- Continuare i corsi di formazione orientati all'autopromozione della
donna;
- Continuare l'educazione sanitaria di base, prestando particolare
attenzione alla formazione degli operatori sanitari di villaggio;
- Continuare il programma di scavo di pozzi tradizionali nei due
comuni;
- Completare le opere idriche a
- Completare due ponti con chiusa a Ampoeu Prey;
- Riparare la strada principale da Ampoeu Prey, di collegamento tra i
villaggi.
Poi aggiunge: Per quanto riguarda l'integrazione-cooperazione tra i
vari settori del progetto, si pu• dire che Š stata positiva ed
abbondante, ma che vogliamo migliorarne non solo la quantit…, ma anche
le qualit…, in modo che la partecipazione della gente alla gestione
del progetto possa aumentare e migliorare. La presenza di New Humanity
nei villaggi, non solo ha dato un apporto positivo allo sviluppo, ma
anche speranza alla popolazione.
Un grande cancello con l'immagine di S.G.Bosco in ferro battuto si
apre al nostro arrivo alla periferia di Phnom Penh, alla sede dei
salesiani. Ci viene incontro Fratel Roberto Panetto, torinese di
Ceresola d'Alba, in Thailandia dal '75, non appena finiti gli studi
tecnici, ed ora in Cambogia.
Davanti ad un bicchiere d'acqua, che rende pi— sopportabile la calda
giornata, ci racconta:
"Siamo arrivati nel '91 dove abbiamo iniziato dei corsi tecnici per
gli orfani ed abbiamo iniziato la costruzione di questo edificio
(enorme complesso scolastico). Noi tendiamo ad aiutare principalmente
gli orfani ed i poveri. Ora ne ospitiamo centocinquantacinque che
seguono quattro settori: meccanica, elettromeccanica, automobilistica
e stamperia; ci stiamo organizzando per riceverne ottocento.
In Cambogia, il problema lavoro non ha sbocchi per la giovent— ed ecco
allora che li prepariamo con priorit… tecnica per un pi— facile
inserimento in societ…. Il nostro lavoro Š iniziato nei campi profughi
cambogiani in Thailandia nel 1989 preparando i ragazzi al loro rientro
in patria. All'inizio avevamo scuole di legno e bamb—. Nel 1991,
quando siamo arrivati qui a Phnom Penh, abbiamo iniziato a costruire
questo edificio. L'Italia ha contribuito nella dotazione dei
macchinari con la Caritas ed il Ministero degli Esteri".
Ci accompagna a vedere il dormitorio, grande stanzone che ospita i
giovani ventenni, rimasti orfani dai tempi di Pol pot, ragazzi soli al
mondo, che prima di venire qui raccolti erano ammassati brutalmente in
qualche disperato orfanatrofio governativo. "Sono ottimista- continua
Fratel Roberto- poichŠ gli aiuti che otteniamo fanno dimenticare, o
quantomeno assopire (con il dito mi indica i giovani), la violenza e
l'odio che ognuno di loro, cerca di spegnere "dentro".
SISTER DENISE - GESUITA -
Principale promotrice in Cambogia nella campagna contro le mine.
L'abbiamo intervistata nella sua sede a Phnom Penh.
"In Cambogia viviamo ogni giorno la miseria e l'orrore causati dalle
mine ed Š per questo che ci siamo mobilitati nella campagna per il
loro bando internazionale. Sono stata recentemente a Siem Reap ed in
quell'ospedale in un solo mese sono state ricoverate sessantasei nuove
vittime, a Monco Parey un piccolo villaggio del Nord-Ovest, le vittime
ricoverate nell'ultimo mese sono cinquantacinque, a Battambang altre
settantadue, a Phnom Penh centocinquanta e questo senza contare quanti
muoiono nei campi o non vengono nemmeno ricoverati. Ma le mine non
causano soltanto sofferenze e perdite di vite umane; tolgono alla
gente il gusto della vita; minacciano l'economia stessa della
Cambogia, perchŠ i contadini sono terrorizzati dal pericolo presente
nelle risaie alle porte di casa; le donne sono colpite quando vanno a
raccogliere la legna, i bambini quando escono a giocare: tutti
rischiano di restare uccisi o mutilati. Il risultato Š che una gran
parte del territorio Š inutilizzabile per la coltivazione del riso o
altri prodotti."
Ci mostra una locandina e continua a parlare:" Questo poster che dice:
Sospendete il mercato delle mine, Š stato disegnato da un ragazzo in
questo ufficio e rappresenta quattro giovani vittime che conosciamo
bene. Tre del Nord, la regione di Battambang e Sisophon, uno di
Kompong Speu. Nei giorni scorsi durante la giornata nazionale contro
le mine sono state raccolte 280.000 firme di cambogiani che chiedono
il bando internazionale dell'uso, la produzione, la vendita e
l'acquisto delle mine come arma di guerra".
Telefona poi allo CMAC (Centro Cambogiano Antisminamento che impiega
1.500 uomini) e ci fa assistere alle operazioni di bonifica delle
mine effettuata da vari specialisti internazionali Š cominciata nel
1993, inizialmente appoggiata dall'ONU.
Costruire una mina pu• costare dai tre ai venticinque dollari, mentre
disseminarla comporta una spesa che sfiora il migliaio di dollari.
Quando ci saluta, uscendo ci raccomanda di essere portavoce agli
italiani nel cessare la produzione delle mine poichŠ siamo
vergognosamente, al secondo posto nel mondo.
ONESTA CARPENE', Š il personaggio straniero pi— conosciuto e stimato
in Cambogia; ci rilascia un intervista; racconta:
"Sono arrivata in oriente nel 1966; prima in
Filippine ed ancora in
e da quindici anni qui in Cambogia.
PerchŠ sono qua Š una storia lunga e breve nello stesso tempo.
Avevo accumulato esperienze dell'Asia perchŠ avevo lavorato in
durante la guerra ed avevo saputo tenere ad Hong Kong i legami, i
contatti con le organizzazioni umanitarie.
Nei primi anni della guerra di Pol Pot, attraverso l'ambasciata
vietnamita, ho potuto aiutare una ONG (organizzazione non governativa)
francese a far entrare a Phnom Penh un cargo aereo con materiale di
prima necessit… e in seguito altre ONG per gli stessi motivi. Ho anche
aiutato un francese a ritrovare suo figlio disperso.
Non sono religiosa, sono una laica. Entrai a Phnom Penh nell'80, con
la prima ingerenza vietnamita e vedere questa citt… era vedere solo
disastri.
C'erano in citt… solo ottantamila persone, le case erano abbandonate e
tutte senza porte e finestre; solo rovine, era una citt… fantasma.
Il motivo che mi ha spinto a lasciare l'Italia Š stato quello di
inseguire i miei ideali e lavoro nella speranza che ci sia un giorno
per tutti una vita migliore.
Sono cattolica e credo nell'umanit…. Attualmente rappresento
Australian Catholic Relief, che Š un'organizzazione come la Caritas da
noi.
Il mio incarico Š organizzare i cambogiani ed aiutarli a riprendere in
mano il loro paese in un settore che Š importante, primario:
l'agricoltura.
Abbiamo formato insegnanti e professori in agronomia ora con i mezzi
di comunicazione divulghiamo sistemi di informazione es.: come
coltivare il riso, come vaccinare gli animali ecc...stiamo anche
creando delle aziende agricole. Lavoriamo a far si che i contadini si
aprano agli altri, parlino, agiscano in societ…. Loro sono salvi solo
perchŠ sotto il regime di Pol Pot hanno saputo stare zitti,
sprofondare nel silenzio, ma ora se vogliono inserirsi socialmente, si
devono aprire, devono accettare il nuovo sistema di vita che non Š pi—
di terrore ma di rinascita. Insegnamo anche a rimboccarsi le maniche
senza aspettare il governo. Dove manca l'acqua abbiamo portato pompe
poi costruito canali e strade, cerchiamo di dar fiducia a questa
gente. Dal punto di vista politico i Khmer rossi sono ancora la'... a
impegnare l'esercito governativo e fanno saltare ponti, rovinano
strade, seminano mine ed a volte attaccano i contadini quelli che un
tempo attaccavano solo i capi villaggio invece ora usano il metodo
della carota per tenerli buoni e seminano terrore per sottometterli.
I Khmer rossi sono falsi anche. Hanno ucciso in questi giorni tre
bianchi che viaggiavano in treno ( mi raccomando almeno voi, non
viaggiate in treno in questi giorni); prima dicono che non sono stati
loro poi invece dicono che li hanno uccisi perchŠ erano spie.
La situazione qui in Cambogia Š penosa. La corruzione Š ai massimi
livelli. Quando hanno fuso le tre forze militari, hanno creato pi—
gente in capo, al comando, che in struttura regolare. Quando uno stato
estero vuole inviare aiuti, poniamo per fare strade o dighe, i soldi
arrivano col contagocce poichŠ si fermano tutti per strada. Tutto Š
corrotto, tutto deve essere reimpostato su nuove coscienze. C'Š molta
gente con buona volont… ed Š giusto lavorare almeno per questa. I
contadini non hanno avuto il tempo ne' la possibilit… ne' i mezzi per
poter guardare lontano soprattutto ora che sono dovuti passare da
un'economia socialista ad un'economia di mercato. Le sessanta ONG
presenti hanno avuto un ruolo speciale; sono state le uniche voci al
di fuori del governo e sono state presenti dall'inizio della
rivoluzione, una fiammella che non si Š mai spenta. Siamo osservatori
con possibilit… di rivolgere la parola".
Conclude dicendo: " Sono italiana ed agli italiani devo dire: perchŠ
mai una parola sulla Cambogia? e .... poi smettetela di produrre mine;
qui non ce ne saranno ma nel mondo si parla molto di mine italiane"
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2
CAMBOGIA: CIO’ CHE RESTA DI UN PASSATO RECENTEDI CRUDELTA’
di Giorgio Fornoni
“Un tempo venivano i soldati di Sihanouk e ci rubavano le galline. Poi quelli di Long Nol, e ci rubavano le galline. Poi i Khmer rossi, e ci rubavano le galline. Poi quelli di Hun Sen che ci rubano le galline. Domani altri ne verranno, e ci ruberanno le galline”. In quest’affermazione, intrisa di fatalismo, di un contadino della periferia di Phnom Penh c’è tutta la rassegnazione disperata del popolo cambogiano che tenta di uscire dal periodo più buio della sua storia.
Vent’anni di crudeltà
Dopo vent’anni in cui hanno subito sulla propria pelle la seconda guerra dell’Indocina, l’autogenocidio prodotto dalla follia maoista dei Khmer rossi, l’invasione vietnamita e l’importazione di un regime comunista di tipo sovietico, lo stillicidio della guerra civile, i cambogiani tornano a rivivere nel cuore di Phnom Pehn, capitale della Cambogia.
Con un’operazione di cieca fede maoista, senza precedenti nella storia, i Khmer rossi chiusero scuole, ospedali ed uffici, abolirono l’uso del denaro e deportarono nelle campagne tutti gli abitanti. Tra il 1975 e il 1979 il dimenticato olocausto cambogiano fece sparire uccisi dagli stenti o cancellati nei campi di sterminio due milioni di persone; quei cinque anni di spietata rivoluzione culturale segnarono la cancellazione e la perdita di un’intera generazione. L’utopia sanguinaria di Pol Pot terminò con l’invasione vietnamita del 1979 ma la tragedia della Cambogia conobbe altri 13 anni di drammi e di orrori.
Nel maggio del 1993, l’intervento dell’ONU e le prime elezioni democratiche permisero la lenta ripresa della vita normale anche se i Khmer rossi occupano ancora militarmente le frontiere con Thailandia, Laos e Vietnam e impegnano l’esercito in un’esasperante guerriglia e un incubo mortale è nascosto sotto ogni passo disseminato per tutto il territorio della Cambogia: le mine, che con lucida follia Pol Pot amava definire ... “i soldati migliori, perchè non chiedono di mangiare, di bere, di dormire, ma vigilano sempre”.
Dieci milioni di mine abbandonate, dieci persone al giorno, donne e bambini soprattutto, uccise o mutilate dall’arma più vile inventata dall’uomo, e questo è uno dei volti della guerra civile che in Cambogia sembra non avere mai fine.
La scuola-prigione
A Phnom Pehn, di mattino presto, visitiamo un edificio decadente: era un ginnasio francese moderno, anni cinquanta, con balconate e finestroni; molto filo spinato ritorto sui muri e sui cancelli, muri imbrattati, sporchi e fatiscenti i corridoi, i pavimenti sfondati. Era un quartiere residenziale centrale. Appena entrati nel cortile, subito emerge la cattiveria, l’efferatezza per raggiungere l’orrore anche con pochi mezzi: gli attrezzi di ginnastica di una palestra sistemati per appendere i prigionieri con la testa in giù ed immersa negli immensi orci, i grossi contenitori d’acqua di Pian delle Giare.
Questo era il centro di prima accoglienza e prima tortura per le vittime dei Khmer rossi massacrate dal 1975, quando gli sdegni occidentali per le stragi in Vietnam si erano esauriti, e gli americani ritirati. Ma questi campi di sterminio, tutti questi “Killing Fields” (urla nel silenzio) non suscitarono grosse indignazioni poichè poco se ne parlò.
I cambogiani ora ti portano volentieri in questi posti delle stragi, benchè i Khmer rossi occupino tuttora parte della Cambogia.
Dentro la scuola, ecco le classi divise con muretti di mattoni in cellette di un metro per due da dove i prigionieri non uscivano per mesi. Nelle aule più grandi, le celle comuni, è esposta una documentazione fotografica terrorizzante. Cataste di corpi senza vita, scene meticolose di torture. Più di un terzo della popolazione fu sterminata, la preferenza era per chi portava gli occhiali, presunta classe colta: tecnici, medici, insegnanti, studenti, monaci ecc... e quindi categoria da annullare per distruggere più facilmente il passato per cancellarne la memoria. Foto di deportazioni e luoghi di campagna, risaie e boscaglie dove la gente veniva avviata ai lavori forzati. Più avanti altre stanze con letti e vasche di tortura con catene e tenaglie per strappare le unghie.
Grandi cartelli con dati statistici corredano un ampio corridoio; uno dice:
in data 17.04.1975
- 7.000.000 = popolazione;
- 3.314.768 = morti e dispersi;
- 141.868 = invalidi;
- 200.000 = orfani;
- 635.522 = case distrutte;
- 796 ospedali distrutti;
- 5.857 = scuole distrutte;
- 1.968 = pagode distrutte.
Più avanti altre foto con ammassi di teschi, foto che hanno fatto il giro del mondo per farci vergognare, per stare ancora una volta in silenzio.
Nel rigoroso e nuovo monumento-ossario, grandi vetrine di teschi sono a dar credito della cattiveria dell’uomo; in mezzo ai campi delle fosse comuni che sembrano scoperte di tombe archeologiche, con pezzi di ossa e stracci e indumenti e ... bottoni, il tutto appena fuori Phnom Penh, questo al “Killing Fields”. Molti venivano portati qui per essere ammazzati direttamente nelle fosse, dai Khmer rossi, dopo essere stati torturati in quel carcere, in quell’ex ginnasio francese della città.
L’ospedale degli orrori
Non si era detto forse che nulla di simile sarebbe stato tollerato, dopo i gulag sovietici e dopo la cattiveria del nazismo e l’esplosione delle bombe atomiche?
I Khmer rossi di Pol Pot, colpevoli di tutto ciò, sono ancora in giro, sfruttano le miniere di rubini e controllano il commercio del legname, l’unica voce attiva dell’economia in miseria del piccolo e disastrato stato cambogiano. Non si accontentano: terrorizzano anche con le mine antiuomo la popolazione delle campagne ed acquistano armi americane che filtrano attraverso la Thailandia. I Khmer rossi sperano ancora in una presa del potere: Sihanouk eterno re, guarda stanco il futuro del suo paese, la nuova gestione politica non da garanzie e la gente coltiva una piccola speranza in un fatalismo rassegnato dopo tanti anni disastrosi.
Una visita nell’ospedale militare di Preahket, nel centro di Phnom Penh, è un viaggio nell’orrore. I suoi corridoi sporchi e fatiscenti, invasi dall’umidità e dalle mosche, ospitano i reduci di una guerra combattuta senza mai vedere il nemico. I soldati, ridotti in queste brande, quasi tutti amputati sotto il ginocchio o mutilati alle mani o feriti agli occhi, sono giovani di leva mandati a combattere i Khmer rossi sul fronte di Battambang. Nei giorni scorsi ne sono arrivati altri 180 e i 700 posti a disposizione non bastano più a contenerli. Le loro condizioni sono spaventose eppure questi uomini dimostrano un coraggio ed una capacità di sopportazione che ha dell’incredibile. Non è fatalismo: è una volontà di sopravvivere messa a durissima prova da esperienze e traumi che mai riusciremo neppure ad immaginare.
E’ la capacità di tornare comunque a sorridere nonostante tutto. Qui si capisce quell’insopprimibile voglia di vivere che negli ultimi anni ha spinto 500.000 profughi a rientrare in Cambogia, quasi una scommessa sul suo futuro.
Lo splendore di Angkor
Le barche scivolano tranquille lungo il corso del Mekong ma subito al di là delle sue rive, nella direzione verso la quale si ritirò sei anni fa l’esercito vietnamita, la guerra delle mine continua. Noi ci stiamo recando ad Angkor, capitale di quel regno Khmer il cui splendore è ancora testimoniato dalle grandiose rovine dei suoi templi.
Angkor fu capitale e centro religioso della civiltà Khmer, che fiorì quasi mille anni fa nella penisola indocinese. Poi un lungo oblio e l’abbraccio della giungla ne hanno fatto una città fantasma. Anche noi, spinti dall’ansia di posare gli occhi sui più reconditi e misteriosi tesori che remote regioni celano, siamo arrivati in questa selva di templi di pietra. Questa città divina, venne scoperta solo nel 1860. Angkor, antica capitale cambogiana, ha un’estensione di oltre 200 Km quadrati. Comprende 72 grandi templi e numerosi edifici minori, costruiti tra il IX ed il XIII secolo. Situata nella provincia di Siem Reap, nel nord ovest del paese, venne danneggiata negli anni ‘70 dall’azione dei Khmer rossi, che ne minarono ampie zone e ne fecero la loro sede e roccaforte trasformando quel che un tempo erano luoghi sacri in osservatori militari, luoghi di prigionia e di tortura, addirittura smantellando dei colonnati e facendo tiro a segno sulle statue dei budda e sui bassorilievi rappresentanti la storica vita dei re.
Ora i guerriglieri si sono ritirati sulle montagne più al nord e questo misterioso ed affascinante luogo di spiritualità finalmente riposa, esposto al mondo affinchè l’uomo percorra, con rispetto, le strade sacre ed i colonnati, attraversi i ponti, salga e scenda le scale, si fermi sulle terrazze ad osservare le grandi statue dei budda, ed assorba la sacralità, dove sogno e realtà sono una dimesione unica, dove il canto degli uccelli esalta le penombre.
Dopo che Sihanouk ha ripreso la monarchia, ad Angkor sono ricominciati in grande stile i restauri che dovrebbero costare 300 miliardi di lire e durante circa 40 anni; sponsor principali: l’UNESCO, e il Giappone.
Per raggiungere Angkor Vat, il tempio più grande di tutto il complesso, si attraversa un grande bacino d’acqua su una lunga strada di pietra. Altissimi gradoni innalzano le cinque torri interne a rappresentare il monte Meru, vetta sacra agli induisti. Dalla sommità lo sguardo spazia fino all’orizzonte.
Il vero mistero Angkoriano è il tempio TA PROHM, tralasciato volutamente dai restauratori, e tutto avviluppato dai tentacoli arborei della ceiba. Nessuno lì, ha spostato una pietra, nessuno ha tagliato alberi o radici. Nel corso dei secoli Angkor tutta era così; tra pietre e mondo vegetale si era creato un delicato misterioso equilibrio. Noi possiamo così ammirare il segno dell’uomo attraverso i secoli con gli stessi occhi stupiti dei primi esploratori di 130 anni fa, dove l’essenza stessa della giungla cola lenta dentro i portali, attraverso i porticati e si arrampica sulle cime dei santuari e si fa a tratti essa stessa pilastro ed architrave in una fusione che produce incantesimo.
Una nenia lontana, le litanie dei monaci, un vento caldo ed odoroso di foresta, ci accompagna in un’altra dimensione poi, la giungla si fa silenziosa e l’ultimo canto degli uccelli si perde con i colori del tramonto; tra poco sarà buio, tra poco tutto si riavvolgerà nel millenario misterioso silenzio.